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Tradurrre Reiki - COMUNICAZIONE CRISTALLINA

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Dalla parola Reiki al proprio universo di significati
(di Gisella Cannarsa - Diritti riservati)
L’ennesimo tentativo di attacco al Reiki, avvenuto in quel di Pesaro, mi porta a riflettere ulteriormente, dopo quanto ho scritto su Facebook a riguardo (link).
Premetto che il testo è lungo: non fermatevi al primo livello di considerazione ("sta difendendo il Reiki"), arrivate al vero argomento, che pian piano dipano: come interpretiamo ciò che non appartiene alla nostra mappa del mondo, e cosa facciamo quando incontriamo qualcosa che non sappiamo collocare.

Parto dal fatto che molte persone ritengono che in Giappone, patria di Usui, il Reiki sia ben visto da tutti.
E invece no!

Prima di tutto la trasmissione del Reiki non è stata un percorso lineare dal Giappone al mondo (che ho raccontato in altri articoli).
La scuola "Usui Reiki Ryōhō Gakkai", fondata dopo la morte di Mikao Usui dai suoi allievi, per lungo tempo è rimasta molto riservata e non ha avuto una diffusione internazionale paragonabile alle linee Reiki nate in Occidente attraverso Hawayo Takata.
E' stata soprattutto una realtà interna al Giappone, con una trasmissione basata sulla relazione maestro-allievo e su una certa riservatezza.
Il Reiki di Usui nasce in un Giappone di inizio Novecento, periodo in cui molte pratiche spirituali e di guarigione erano presenti, ma anche in cui il Giappone stava attraversando una forte modernizzazione e in tale contesto il Reiki non era necessariamente percepito come una "religione alternativa" o come qualcosa che dovesse essere spiegato pubblicamente, come accade spesso in Occidente. Era una pratica trasmessa in un ambiente specifico.
Ed è proprio qui che nasce un paradosso interessante: in Occidente il Reiki è arrivato attraverso una linea che lo ha dovuto tradurre per renderlo comprensibile. Ma questa traduzione ha anche introdotto punti di vista, categorie occidentali: energia universale; guarigione spirituale; percorso interiore; dimensione esoterica...

In Giappone, invece, forse non c'era la stessa necessità di "spiegarlo", perché alcune idee di fondo erano già immerse nella cultura. Però il risultato che osserviamo oggi è curioso: può succedere che un occidentale, appassionato di Reiki, conosca una certa narrazione del Reiki più di un giapponese contemporaneo, mentre un giapponese può ricevere la parola Reiki attraverso un filtro completamente diverso.
Colpevole la traduzione e interpretazione moderna dei kanji, che spesso li allontana dal contesto culturale in cui vennero utilizzati inizialmente.  
Noi tendiamo a credere che le parole abbiano un significato stabile, in realtà le parole sono dei contenitori che ogni cultura riempie in modo diverso.
Quindi cosa succede quando una parola viene spostata da un contesto culturale a un altro?

Prendiamo la parola incriminata, ”spirito/Rei”. Per un italiano medio può significare:
  • il fantasma di un defunto;  
  • lo Spirito Santo;  
  • lo spirito come essenza interiore;
  • gli alcolici;  
  • "avere spirito", cioè essere brillante, di battuta pronta  
  • l'anima individuale separata dal corpo;  
  • un'entità incorporea;  
  • qualcosa di genericamente occulto o paranormale.  
Per un giapponese, invece, la parola che viene spontaneamente tradotta con "spirito" richiama molto facilmente i kami, ma anche gli yūrei (i fantasmi), a seconda del contesto.  
I kami non sono equivalenti né agli angeli né ai santi né al Dio cristiano. Sono presenze, manifestazioni, forze della natura, antenati, aspetti del luogo... una categoria completamente diversa.
Gli yūrei, nella tradizione popolare giapponese, sono spiriti di persone morte che, per qualche ragione, non hanno trovato una condizione di quiete. Spesso sono legati a emozioni intense rimaste irrisolte: rancore, dolore, desiderio di vendetta, attaccamento, sofferenza.  
Capite? Un occidentale che parla di Reiki usando parole come "energia", "spirito", "guarigione spirituale", spesso lo fa attraverso categorie che sono un miscuglio di cristianesimo, esoterismo ottocentesco e New Age. Invece  un giapponese sente quelle stesse parole e le può interpretarle attraverso il proprio immaginario, che è tutt'altro.  

Allora diciamo le cose come stanno: che sia Giappone, che sia Italia, il problema è che non si discute di una pratica, in quanto tale, ma delle associazioni automatiche che una parola attiva in una cultura.
Ecco il cuore del problema: la traduzione, che non è mai neutra, soprattutto quando una parola ha molteplici significati:
  • un esorcista cattolico occidentale sente "rei" () e lo inserisce nella propria mappa concettuale:
    spirito → realtà invisibile → possibile entità → possibile inganno → possibile pericolo spirituale
  • un medium occidentale potrebbe inserirlo in un'altra mappa:
    spirito → defunto → persona non più fisica → possibile comunicazione → possibile aiuto
  • un praticante Reiki potrebbe leggerlo invece come:
    dimensione spirituale/sottile → profondità della vita → connessione → consapevolezza
La parola è la stessa, ma il sistema interpretativo che la circonda (il vocabolario personale che fa da riferimento), cambia completamente.

È un po' come succede con il termine ki: in Giappone nessuno si stupisce del ki. È dappertutto:
  • genki (stare bene);  
  • tenki (tempo atmosferico);  
  • kimochi (sensazione, stato d'animo);  
  • ki ni suru (farci caso);  
  • ki ga tsuku (accorgersi).  
Non è una parola "esoterica", ma quotidiana!
In Occidente, invece, appena dici "energia", o stai parlando del costo dell’elettricità, o si percepisce qualcosa di misterioso, invisibile, paranormale.
Compare la necessità che, prima ancora di discutere delle idee, di cosa rappresenti la tecnica “Reiki”, bisognerebbe discutere del significato delle parole.
Perché due persone possono litigare per ore sul Reiki senza accorgersi che stanno usando la stessa parola per indicare concetti completamente diversi.

C’è poi un altro aspetto che va considerato.
Noi occidentali siamo abituati a pensare in termini di categorie:
  • materia / spirito;  
  • naturale / soprannaturale;  
  • religioso / laico.  
Molte culture asiatiche e oceaniche, invece, sono cresciute con categorie completamente diverse: prendiamo lo Shintoismo (religione presente in Giappone) e lo sciamanesimo hawaiano/polinesiano ad esempio, che appartengono a un modo di vedere il mondo non nettamente diviso tra materia e spirito, ma è percepito come  impregnato di presenze, relazioni e qualità invisibili.

Perciò, quando diciamo "spirito", ognuno di noi crede di comunicare un concetto universale, mentre stiamo semplicemente pronunciando una parola che ognuno traduce attraverso il proprio universo culturale.
Ancora una volta sottolineo che il problema non è la parola in sé. È credere che l'altro attribuisca automaticamente alla parola il nostro stesso significato (un po’ quello che succede agli analfabeti funzionali).

Vorrei entrare meglio nella osservazione dello Shinto e sciamanesimo oceanico, che ho accennati.
Entrambi contano un infinito  numero di divinità/spiriti (che non sono uguali): quello che  è interessante è il rapporto che viene instaurato con il mondo.
Nello Shinto esiste una ricchissima "geografia del sacro": montagne, cascate, alberi secolari, rocce, volpi, spade, antenati... i kami possono manifestarsi in infiniti modi. È una tradizione che ha anche sviluppato luoghi specifici, rituali, sacerdoti, santuari. Il sacro è ovunque, ma ha anche una sua organizzazione culturale.
Paradossalmente, però, anche se il Giappone ha conservato molte forme della tradizione, non significa che le persone vivano quotidianamente quella profondità simbolica, un po' come succede da noi; l'Italia è piena di chiese, ma questo non significa automaticamente che la popolazione viva una profonda esperienza spirituale.
Sono due piani diversi.
Invece nella visione hawaiana (e con tutte le differenze interne alle molte tradizioni oceaniche/polinesiane), mi sembra che emerga qualcosa di ancora più immediato: la relazione tra le parti precede la classificazione. Intendo dire che l'oggetto non è rispettato perché "dentro c'è uno spirito" come se fosse un contenitore, ma perché è parte di una rete di relazioni viventi.
Un sasso non è mai un oggetto, è parte di una continuità, così come quando parliamo dei minerali, che appartengono al Primo dei Regni, quindi i più vicini a quella Coscienza che anima la vita, ed entriamo in crisi con il significato che diamo alla parola "vita": perché quello biologico è l'accezione più semplice, ma potremmo dire "espressione energetica  che segue un Principio", osservando la perfezione ripetitiva dei minerali. Ed ecco che il temine "vita" si amplia in modo inaspettato e coinvolge tutto ciò che è Natura.

Qualsiasi elemento della realtà possiede una dignità relazionale
Questa è una prospettiva che, curiosamente, oggi ritroviamo in ambiti completamente lontani dalla spiritualità: la biologia delle reti (*), per esempio, e alcune riflessioni della fisica contemporanea.
(*) mi riferisco, ad esempio alle reti micorriziche, ma anche alla composizione dei boschi, che non è casuale, ma il risultato di dinamiche che fanno emergere l'organizzazione del "sistema bosco".

Tutte, da prospettive diverse, ci stanno dicendo che l'idea occidentale dell'oggetto isolato è spesso una semplificazione, non perché "tutto abbia uno spirito", ma perché nulla esiste davvero da solo.
Ed è forse questo il punto che mi piace dello sciamanesimo hawaiano e del messaggio insito nel reiki: non la metafisica degli spiriti, ma l'etica della relazione.
 
"Prima ancora di chiederti che cos'è una cosa, chiediti come ti stai relazionando con quella cosa."
 
Intravedo allora due modi di stare a questo mondo:  
- uno è quello in cui l'essere umano è il centro. Tutto viene interpretato in funzione di sé, della propria salvezza, del proprio successo, della propria verità, delle proprie convinzioni;
- l'altro è quello in cui l'essere umano è un nodo di una rete di relazioni, non meno importante, semplicemente meno assoluto.

Questo ci ricorda continuamente che l'uomo non è il proprietario del mondo, ma un partecipante al mondo. E probabilmente il vero contrario dello spirituale non è il materialismo. È il narcisismo.
Perché il narcisismo mette sempre l'io al centro, anche quando parla di Dio, di energia, di illuminazione o di coscienza, mentre la spiritualità autentica,  qualunque nome le si voglia dare, tende quasi sempre a fare il contrario: decentra l'io, senza annullarlo, ma ricordando continuamente che esiste solo in relazione con tutto il resto.
Idea che troviamo in molte tradizioni sciamaniche, nel buddhismo, in parte del taoismo e persino in alcuni grandi mistici cristiani.

E magari vi è venuto in mente il film “Avatar”, di Cameron.
Credo che il film abbia avuto un impatto tanto forte, proprio perché il regista non ha messo in piedi semplicemente una storia di fantascienza, ma ha unito due modi radicalmente diversi di concepire la realtà.

Da una parte c'è Pandora,  mondo in cui la relazione è il principio che costituisce l'esistenza.  Alberi, animali, antenati, perfino la memoria è parte di una rete, in cui nulla vive da solo.
Ricordate? Quando Neytiri insegna a Jake a "vedere", non gli sta insegnando una tecnica. Gli sta insegnando un cambio di paradigma, perché “vedere” non significa “osservare”, ma riconoscere l'esistenza dell'altro come altro da sé. "I see you" vuol dire: riconosco chi sei.
Dall'altra parte c'è la spedizione terrestre, ma non vediamo "la scienza" contrapposta alla spiritualità: ci sono due modi di fare scienza. La dottoressa Augustine, che osserva, ascolta e modifica continuamente le sue ipotesi, e i militari con l'azienda, per i quali la conoscenza serve solo a raggiungere l’obiettivo economico.
(oh, si, lo so che vi vengono in mente un sacco di collegamenti).


Per questi ultimi il pianeta è una miniera, gli alberi sono ostacoli, gli animali bersagli. E gli abitanti un grosso problema logistico.
IN quella visione non esistono più relazioni, solo risorse….
Per questo il film ha colpito così tante persone, toccando un'intuizione molto antica: la sopravvivenza non dipende dal dominio, ma dalla qualità delle relazioni.
E se dovessi usare il linguaggio di Avatar, direi che
"il problema nasce quando smettiamo di considerarci parte di una rete e iniziamo a considerarci proprietari della rete.
E sono profondamente convinta che una civiltà si riconosce non da come sfrutta il mondo, ma da come entra in relazione con ciò che considera diverso da sé."

Torniamo pian piano al Reiki.
Come mai culture che possiedono una visione del mondo fondata sulla relazione — con il divino, con la natura, con il mistero, con ciò che è oltre l'individuo — poi, nella pratica quotidiana, possono mostrare una separazione così forte tra il principio professato e il modo concreto di vivere?
Nel caso giapponese, la contraddizione  è tra una sensibilità culturale profondamente permeata dal rapporto con il sacro diffuso (kami, luoghi, rituali, rispetto per ciò che circonda l'essere umano) e una società contemporanea che può essere estremamente normativa, gerarchica e orientata alla prestazione.
Nel caso cattolico c’è anche un altro aspetto: una tradizione che possiede concetti molto forti come carità, accoglienza, cura del sofferente, misericordia, accompagnamento spirituale, ma che in alcuni suoi ambienti interpreta una pratica come il Reiki soprattutto attraverso la lente del rischio, dell'errore dottrinale o del pericolo spirituale.

Ma… se una tradizione insegna il rispetto, l'umiltà, il limite dell'ego, la compassione, dovrebbe essere capace anche di incontrare ciò che non comprende senza trasformarlo automaticamente in minaccia.
Ed è qui che ritorna il tema di Avatar:  il problema non è avere una propria visione del mondo. Lo diventa nel momento in cui quella visionenon è più una lente con cui cui guardare, ma diventa una lente attraverso cui giudicare tutto ciò che non coincide con essa.

Allora possiamo chiederci perché gli esseri umani riescono così facilmente a custodire simboli profondi e, contemporaneamente, a non lasciarsi trasformare da quei simboli?
Ed è una domanda che riguarda tutte le culture, anche quelle che si definiscono spirituali.

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