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Il diario - COMUNICAZIONE CRISTALLINA

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di Gisella Cannarsa
[Diritti riservati]

"Per creare il mio percorso e godermi la vita, aspetto il permesso di qualcun altro? Qual è il modo migliore per riconoscere e utilizzare i miei doni?"
Queste le domande che mi sono fatta e da cui è partito tutto quello che scrivo qui. E sono anche la le domande che, in modi diversi, ritornano ogni volta che apro un quaderno.  

Ricomincia da capo con il tuo quaderno, se ne hai uno. Creane uno, se ancora non lo hai fatto. Mentre ti avventuri nella nebbia, chiedi alle tue guide di accompagnarti. Annota ogni dettaglio di ciò che accade lì, così potrai ricordarlo quando aprirai gli occhi. Mentre scrivi, non preoccuparti del significato delle parole o se hanno senso. In futuro significheranno molto per te, anche se oggi non significano nulla.
Ringrazia le tue guide quando hai finito.
 
Il diario, per me, non nasce dal desiderio di raccontare una giornata, ma dal bisogno di non perdere ciò che mi attraversa mentre la vivo.

Esistono tanti tipi di diario. Non mi riferisco a quello scolastico, anche se nei miei ricordi è chiara la sua funzione, che sconfinava dal tenere sott’occhio compiti e interrogazioni, riempiendosi di disegni, appunti emotivi, memo sociali. Già allora, senza saperlo, stavo cercando uno spazio in cui raccogliere frammenti di me. Oggi penso invece al diario della gratitudine, a quello dei desideri, a quello spirituale; al diario delle realizzazioni, delle domande di riflessione, al diario di bordo, a quello dei vincenti, della mindfulness, al diario efficace, al diario di lavoro interiore, e a chissà quanti altri, di cui forse ignoro il nome e l’esistenza.

“Diario” è una parola semplice e non indica solo un quaderno, bensì uno spazio. Viene dal latino dies, giorno, ma non serve a raccontare tutto quello che accade giorno per giorno. Piuttosto, più intimamente, riguarda ciò che resta di quel giorno.

Serve a scegliere a cosa dare spazio, a decidere cosa merita di essere trattenuto e cosa può andare. Non è il resoconto ordinato della giornata, non è la lista delle cose fatte, non è la versione “giusta” di noi. È ciò che ci ha toccato e che non ha trovato spazio altrove, come le parole non dette, il mancato ascolto dei nostri sospiri, la lacrima per un fatto lontano e anonimo quanto toccante, il sogno più strano; persino la ricetta che non realizzeremo mai, ma è nel nostro futuro.
Io, per esempio, ho mille bigliettini sparsi ovunque. Appunti di me, domande lasciate a metà, note interessanti, spunti da riprendere un giorno. Sono tracce di giornate ricche di curiosità, derivate dagli argomenti da cui ero partita e che, magari, mi hanno portata altrove.  

Tutto da riportare su pagine di un quaderno.
Perché pensiamo sempre che certe cose rimarranno in testa o nel cuore, ma il tempo deforma, patina, diluisce, a volte distrugge. Il diario, allora, diventa un gesto di resistenza: non contro l’oblio in sé, ma contro la perdita di significato.
Il diario non è l’esercizio del controllo sulle nostre azioni e sui nostri pensieri, ma il nido per una frase, un colore, una rabbia, un’intuizione, persino una pagina vuota, che dice ugualmente tante cose. È il posto in cui ciò che sentiamo trova finalmente un luogo, anche quando non sappiamo ancora che forma avrà, o se mai l’avrà. Anche quando non è chiaro, forse non lo sarà mai, ma è comunque parte di noi.

Tenere un diario è, in questo senso, un atto intimo e persino sovversivo. In un mondo che accelera, è ciò che ci aiuta a fermarci. In un mondo che mostra, riusciamo a custodire. E in un mondo che chiede spiegazioni, ci permettiamo di non capirci subito, di tergiversare, rimanere in sospeso.
Scrivere un diario è dire, senza doverlo dimostrare a nessuno: quello che sento merita ascolto, anche se non è chiaro.
Scrivere un diario è dire: “Quello che sento merita ascolto, anche se non è chiaro”.

Nel tempo ho capito che il diario non è nemmeno qualcosa che “uso”. Non è uno strumento e non è un metodo. È più simile a un compagno silenzioso, uno che non mi interrompe, non mi corregge, non mi chiede di arrivare da qualche parte, non scalpita se ho sbagliato strada. È lì mentre cambio idea, mentre torno sui miei passi, mentre mi contraddico, mentre cresco. Accoglie le domande che oggi non hanno risposta e le lascia maturare, senza fretta, finché un giorno mi accorgo che non sono più le stesse.

Scrivere diventa allora un modo per camminare accompagnata. Non per chiarire tutto, ma per non perdermi del tutto. Mi serve per lasciare tracce, briciole nei boschi, non per tornare indietro uguale, ma per riconoscere il terreno che ho attraversato. Il diario conserva ciò che ero mentre diventavo ciò che sono, e questo, col tempo, è un dono immenso.

Forse è per questo che continuo a tornare a quelle domande, sul permesso e sui doni. Perché il diario non mi ha mai dato una risposta definitiva, ma mi ha insegnato a restare in ascolto. E a volte è proprio questo che fa la differenza tra vivere di riflesso e vivere in presenza.

Penso che alla domanda iniziale molti risponderebbero senza esitazione di non aspettare il permesso di nessuno. Ma forse rimarrebbero in bilico sul secondo interrogativo.
 
Riconoscere e utilizzare i propri doni richiede qualcosa non scontato: un percorso di traduzione. Dal sentire al dire, dall’intuizione alla parola, dall’energia impalpabile alla materia della scrittura. Perché finché resta solo pensiero veloce, sensazione, impressione, tutto può sembrare chiaro, vero; ma è sulla carta che quel pensiero si espande, si moltiplica, prende forma e peso. È lì che diventa mille parole, è lì che ci accorgiamo di quanto sia fragile ciò che crediamo di poter tenere solo nella testa o nel cuore.
Scrivere è un gesto di incarnazione. È il momento in cui ciò che era effimero chiede spazio, tempo, attenzione. È anche il momento in cui emerge il rischio della dispersione, dell’oblio, del velo che il tempo stende su tutto ciò che non viene accolto. Per questo continuo a consigliare di scrivere a chi vuole capirsi meglio: non per fissare, ma per rendere visibile.  
Assolutamente non per controllare, ma per ascoltarsi davvero. Il diario, in questo senso, non raccoglie solo ciò che siamo, ma ci insegna a prenderci sul serio.


 
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