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Amazzonite: la mia verità - COMUNICAZIONE CRISTALLINA

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di Gisella Cannarsa
[Diritti riservati]

C’è stato un tempo in cui mi sono accorta che il linguaggio delle pietre e quello dei Fiori di Bach si sfioravano più di quanto si credesse. Non come equivalenze rigide, ma come risonanze sottili. Così nel 2007, durante il congresso nazionale “L’indaco che c’è in te”, organizzato con AIODIBIN (congresso che intercettò un bisogno collettivo molto preciso: andare oltre le etichette spirituali per tornare a un ascolto vero, personale, incarnato),  proposi un parallelismo che allora piacque, ma fece discutere, e che oggi sento ancora più attuale: pietre e cristalli, come i rimedi floreali ideati da Edward Bach, non servono a “correggere” la persona, bensì a riportarla in asse con se stessa, là dove la rigidità, l’abitudine o l’orgoglio hanno preso il sopravvento.
 
È curioso come, a distanza di anni, mi sia imbattuta oggi (16 gennaio 2026) in una frase molto condivisa sul web:
“La mia verità è l’unica verità che abbraccerò, quindi non accetto bugie nella mia vita”.  
Una dichiarazione apparentemente limpida, ma che regge solo se chi la pronuncia ha davvero fatto un lavoro profondo su cosa sia, e cosa non sia, la propria verità. Altrimenti il rischio è grande: scambiare la verità interiore per una costruzione dell’ego, per una rigidità morale, religiosa o ideologica che diventa una gabbia.

Lo vediamo ovunque, dalle relazioni più intime fino ai contesti sociali e istituzionali: si difende una posizione come se fosse assoluta, e intanto si continua a girare nella ruota del criceto, convinti di essere nel giusto, ma sempre più lontani da una soluzione reale. Anche il desiderio, quando nasce da questo spazio, smette di essere creativo e diventa rivendicazione; anche la relazione, invece di aprire, si irrigidisce.

In questo senso l’amazzonite è sempre stata, per me, una pietra meravigliosamente scomoda.
L’ho scritto allora e lo riscriverei oggi: se si è convinti di non avere cattive abitudini, manie, dipendenze o rigidità, probabilmente l’amazzonite non è la compagna ideale.

Eppure è una pietra straordinaria. Spesso la si incontra in forme poco attraenti, burattata, opaca, quasi banale, e forse per questo viene sottovalutata. Ma popoli antichi, come gli Egizi, la consideravano preziosa, e il suo nome continua a evocare le civiltà sorte lungo il Rio delle Amazzoni, anche se lì non sono stati trovati giacimenti tali da giustificarne la presenza. Come se la sua vera origine non fosse geografica, ma simbolica.

Dal punto di vista chimico contiene potassio, elemento legato al vigore e all’elasticità del tessuto muscolare, e già questo la rende interessante per chi sperimenta stanchezza o scarsa resistenza fisica. Ma il suo lavoro più profondo è interiore: l’amazzonite sostiene una forza che non è imposizione, bensì volontà elastica, capacità di adattamento, attenzione mentale. È per questo che l’ho spesso associata ai rimedi Beech e Rock Water dei Fiori di Bach: entrambi parlano di rigidità, di giudizio, di ideali così cristallizzati da diventare prigioni.  

L’amazzonite accompagna chi deve affrontare abitudini radicate, dipendenze, ma anche quella sottile attrazione per l’eccesso o per il pericolo che spesso caratterizza adolescenti e adulti in cerca di un centro perduto. Riporta l’attenzione sulla stima di sé, non come affermazione arrogante, ma come riconoscimento autentico del proprio valore.
Ricordo bene le parole di Naisha Ahsian (quando ancora si occupava di cristalloterapia), che parlando di questa pietra evocava il tema della “verità interiore”. È un’espressione che sento profondamente affine.  

La verità personale non è uno slogan, né una bandiera da sventolare: è qualcosa che va prima riconosciuto, poi raggiunto, infine consolidato. E questo processo attraversa diversi elementi: l’acqua delle emozioni, increspata e mobile; l’aria del respiro, che porta consapevolezza; il fuoco solare, che illumina. Solo allora diventa possibile scorgere ciò che è davvero nostro, ciò su cui possiamo poggiarci senza paura. Il raggio verde/azzurro dell’amazzonite compie proprio questo viaggio: dal plesso solare, dove si annida la volontà, fa da collegamento, attraversa il cuore e arriva fino alla parola, all’espressione verbale, rendendo possibile dire la propria verità senza ferire e senza irrigidirsi.

Nel 2013, tornai a scrivere dell’amazzonite con uno sguardo ancora più essenziale. Le amazzoniti, dicevo, sono spesso pietre che "ah! si, l'amazzonite...“. Insomma: si sa quali sono”. Punto.
Le si guarda di sfuggita, le si archivia mentalmente, e si passa oltre. Ma se ci si concede tempo, se le si osserva davvero, se le si prende in mano e le si muove lentamente, accade qualcosa di inatteso: emergono bagliori che nessun libro ha descritto, luci improvvise che aprono un mondo dentro l’altro. È esattamente ciò che accade con la verità personale. Nessuno vuole che venga messa in discussione, eppure o la si impone agli altri, o la si soffoca per paura di perderla.  

Basta un piccolo movimento, però, e quella verità può arricchirsi, diventare più viva, meno dogmatica.
Quando si difende ostinatamente un’abitudine di pensiero, quando si confonde la propria verità con un sistema rigido di regole, si finisce per rinnegare proprio le opportunità che si dice di desiderare.
L’equilibrio tra regole e “non regole” diventa fragile, e ciascuno si sente abusato, limitato, castrato dall’esterno, dall’ambiente, dagli altri. Ma spesso la radice è interna: nasce da ciò che continuiamo a definire “problema”, senza mai spostarci davvero sulla pagina delle soluzioni.
L’amazzonite, con la sua apparente semplicità, invita proprio a questo scarto: smettere di difendere l’idea di verità, e iniziare a viverla come un processo dinamico, luminoso, in continua trasformazione.

 
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