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Reiki; attivazioni e responsabilita' - COMUNICAZIONE CRISTALLINA

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di Gisella Cannarsa
[Diritti riservati]

Quello della responsabilità è un argomento che tocca tanti ambiti, ma oggi intendo trattare di quelle cerimonie che sono spiegate, raccontate, presentate in modo non sempre limpido, infatti nel mondo del Reiki  è diffusa l’idea delle cosiddette “iniziazioni” o  “attivazioni”, come momenti in cui qualcuno “dà” qualcosa a qualcun altro: un’energia, un potere, una capacità speciale.
Visione affascinante, ma anche problematica, soprattutto quando non è accompagnata da una consolidata etica e da una reale assunzione di responsabilità, sia da parte di chi insegna, sia da parte di chi riceve.

Storicamente, il Reiki così come fu trasmesso da Mikao Usui, non aveva le caratteristiche di un “sistema iniziatico”, nel senso occidentale del termine. Usui non parlava di “attivazioni” o di “iniziazioni”, ma offriva un percorso fondato su pratica, disciplina, presenza e trasformazione interiore.
L’apprendimento avveniva attraverso l’esperienza diretta e il lavoro su di sé, non tramite un evento isolato destinato a “sbloccare” qualcosa dall’esterno. Un percorso, quindi, in cui tempo e dedizione erano fondamentali, per elaborare interiormente il significato di quanto si voleva raggiungere e comprenderlo.
Con Chujiro Hayashi e, successivamente, con Hawayo Takata, il Reiki di Usui  venne strutturato in modo più formale e rituale, soprattutto nel suo passaggio in Occidente (Hawai, inizialmente): una trasformazione nata da un’esigenza storica e culturale.
Infatti quando la Takata rientrò alle Hawaii, nel 1938, il contesto locale era già profondamente diverso da quello giapponese in cui il Reiki era nato: la comunità nipponica, immigrata alle Hawaii, pur mantenendo alcune tradizioni, era ormai fortemente integrata nel tessuto sociale statunitense, quindi inevitabilmente orientata ad una visione occidentale della spiritualità: più individuale, più performativa, più legata al risultato (più al traguardo che al percorso).

E’ ovvio che in un simile ambiente, le pratiche basate su disciplina quotidiana, sobrietà, assenza di promesse, percorso graduale, rischiavano semplicemente di non essere comprese, se non addirittura essere considerate “non valide”.
Inoltre non possiamo ignorare l’attacco di Pearl Harbor, nel dicembre del 1941, che cambiò drasticamente e radicalmente la situazione: la comunità giapponese passò, in pochi mesi, da essere “integrata” a essere guardata con sospetto e  osteggiata. Ecco che le pratiche culturali e spirituali di origine giapponese diventarono improvvisamente fragili, potenzialmente pericolose per chi le avesse portate avanti.
E credo che la Takata si trovò davanti a una scelta cruciale:
  • rimanere fedele a una trasmissione culturalmente giapponese ( rischiando l’invisibilità o il rifiuto)
  • oppure tradurre, adattare e riformulare il Reiki in un linguaggio accettabile per l’Occidente
È qui che, con ogni probabilità, entrarono in gioco quelle che oggi chiameremmo — senza giudizio morale — strategie di posizionamento.
L’introduzione di livelli, cerimonie con passaggi di grado e le narrazioni di “potere di trasmissione energetica”, abbreviando sensibilmente il percorso,  fu un atto di marketing, come succede per molte ditte che puntano a rivalutarsi e modernizzarsi: anche quello di modificare i processi del Reiki fu un atto di sopravvivenza del metodo.

L’Occidente, lo vediamo ogni giorno, riconosce valore quando:
  • esiste una gerarchia
  • c’è un evento che promette trasformazione
  • qualcuno “certifica” il passaggio
È in questo contesto che la cerimonia assume un ruolo centrale e che il termine “iniziazione” inizia a essere utilizzato, diventando un modo per rendere il Reiki legittimo agli occhi di un pubblico che non avrebbe compreso una pratica priva di spettacolarità, di promesse o di un gesto che indicasse che qualcosa era cambiato (anche se il cambiamento va poi vissuto).

Sia chiaro; il problema non è la cerimonia in sé.
Il problema nasce quando la cerimonia viene caricata di significati impropri.
La parola iniziazione accende un immaginario preciso: qualcuno che possiede qualcosa e qualcun altro che ne è privo; qualcuno che concede e qualcun altro che riceve. Applicata al Reiki, questa visione rischia di generare confusione e dipendenza, perché suggerisce che la capacità di lavorare con l’energia non sia innata, ma concessa da un’autorità esterna, per di più divina.
In realtà, nessun master concede qualcosa che non esista già.  

Se allarghiamo lo sguardo oltre il Reiki, è evidente che lo scambio energetico tra esseri umani esiste.
La pranoterapia, per esempio, si fonda esplicitamente sull’uso del campo energetico personale dell’operatore, al punto da essere riconosciuta anche a livello normativo.
Sul piano scientifico, gli studi sui biofotoni — a partire dal lavoro di Fritz-Albert Popp — mostrano come i sistemi biologici emettano e ricevano segnali luminosi coerenti, e come questa emissione cambi in presenza di stati di salute o di sofferenza.
Non siamo più nel campo dell’“energia” come metafora vaga, ma in quello delle interazioni misurabili (anche se ancora non completamente comprese).
Se poi allarghiamo ulteriormente il quadro, alcune riflessioni sull’entanglement quantistico suggeriscono che la separazione netta tra sistemi è, a livello profondo, molto meno assoluta di quanto il pensiero classico abbia immaginato.  
Inolte Rupert Sheldrake ha proposto la teoria di unità di campo, dove si condividono informazione, organizzazione, pattern, risonanza. I suoi campi morfici sono campi di relazione che collegano sistemi simili, permettono una trasmissione non locale di strutture e abitudini e rendono plausibile che un sistema possa influenzarne un altro anche senza contatto diretto. E tradotto per il nostro uso significa: due campi (di energia) entrano in relazione e si influenzano reciprocamente.
L’idea di interconnessione, quindi, non è più fantascienza.

Ma proprio per questo implica che le parti coinvolte in tale influenza siano eticamente preparate.
Nessuno può garantire benefici, guarigioni o risultati come se si trattasse di un potere divino esercitabile a comando. Se così fosse, molti mali sarebbero già stati debellati.
Il Reiki non è un potere che passa di mano in mano, ma è, e rimane, una via di consapevolezza che ciascuno percorre in prima persona.
Anche i trattamenti a distanza, quando vengono proposti o richiesti come scorciatoie, rischiano di tradire questo principio: spesso sono domandati da chi, in realtà, nel bisogno di trattare se stesso, dichiara di “non avere tempo”.
In questi casi, ciò che manca non è l’energia, ma l’assunzione di responsabilità.
Ed è proprio a questo punto che diventa necessario chiarire cosa sia davvero la cerimonia. Ne ho già scritto, ma vale la pena riprendere il discorso.

La cerimonia.
Non è un’“attivazione” nel senso di un interruttore che qualcuno aziona dall’esterno, né un’iniziazione che conferisce poteri o garanzie. È piuttosto un momento di passaggio umano e ricco di simbolismo: uno spazio protetto in cui la persona sceglie consapevolmente (e solennemente) di assumersi la responsabilità del proprio rapporto con l’energia, con l’ascolto e con la pratica.
La cerimonia non crea capacità fisico/energetiche che prima non esistevano, ma segna la volontà espressa di individuarle, riconoscerle, prenderle sul serio e utilizzarle.
Segna un prima e un dopo per qualcosa che viene accettato interiormente. È un gesto che concretizza, dà forma a una scelta, rendendo visibile un impegno che, in realtà, comincia proprio da lì.

In questa prospettiva, il ruolo del master, dell’insegnante, non è quello di concedere o trasmettere un potere, ma di sensibilizzare prima l’allievo, renderlo conscio del suo bagaglio energetico, e poi accompagnarlo, per testimoniare e custodire il contesto.  
Il master non può promettere risultati,  garantire trasformazioni e non si pone come fonte di guarigione. Deve invece stabilire una cornice chiara e protetta, all’interno della quale l’allievo può entrare in relazione con la pratica in modo onesto e responsabile.
Deve mettere l'allievo nella condizione di comprendere che non vi è atto magico, se non nella volontà di agire e pensare diversaMente, nel contatto con il proprio prana e con quello universale (ricordate? Tutto è energia),

Quando la cerimonia viene privata di questa cornice etica, rischia di trasformarsi in un evento spettacolare, con promesse implicite oppure in un atto di delega. Quando invece viene mantenuta sobria, essenziale e consapevole, diventa ciò che dovrebbe essere: un momento che aiuta la persona a sentire che sta facendo un passo importante, sapendo però che il vero lavoro non avviene durante la cerimonia, ma nel tempo successivo, che merita attenzione e impegno.
Quando è proposta con chiarezza, la cerimonia può avere un senso profondo e autentico: diventa uno luogo ricco di simbolismo, un contenitore protetto in cui l’allievo sceglie consapevolmente di prendersi cura del proprio campo energetico, del proprio ascolto e del proprio modo di stare in relazione con l’energia. Non è un atto magico, ma un atto di responsabilità.
Il master, in questa visione, restituisce all’allievo il proprio potere, invece di appropriarsene o fingere di concederlo dall'alto di una posizione idealizzata.

Purtroppo oggi non è raro incontrare proposte del tipo “ti attivo”, “ti do l’iniziazione”, “da ora sei pronto”, spesso senza preparazione, senza tempo di integrazione, e senza verificare se la persona comprenda davvero il senso della cerimonia, oppure se l’interesse sia guidato più dalla promessa di benefici immediati che dalla responsabilità verso se stessa.
Questo approccio può avere conseguenze energetiche, emotive e psicologiche che vengono sistematicamente sottovalutate: aperture senza radicamento, emersioni emotive non sostenute, delega del proprio processo di guarigione a un presunto “maestro”. E presunzione di poteri soprannaturali, scesi come pioggia o accesi con un telecomando.
Occorre spostare l’attenzione dal mito dell’attivazione alla pratica quotidiana, dalla promessa di potere alla presenza, dalla dipendenza alla consapevolezza.
Il nodo centrale, quindi, non è tecnico ma etico. Un insegnante di Reiki dovrebbe sempre chiarire che:
  • il Reiki non sostituisce percorsi terapeutici o psicologici;
  • non è una soluzione rapida né indolore;
  • può muovere contenuti interiori che richiedono tempo e integrazione;
  • non è adatto a tutti in ogni momento della vita.
Riportare il Reiki a una dimensione sobria, onesta e responsabile non significa impoverirlo, ma restituirgli profondità.
La vera attivazione interiore, in fondo, avviene proprio quando si sceglie di diventare custodi e curatori continuativi della propria energia.

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